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Yarmouk - Roma

ritratto di Soulman

Negli ultimi mesi del 2006 ho cominciato a lamentarmi del fatto che non riuscivo a fare un viaggio all’estero, e invece nel 2007 ecco che riesco ben due volte a lasciare l’Italia per due destinazioni che sono completamente differenti fra di loro.

New York la capitale del capitalismo sfrenato e patria dell’economia mondiale, ferita sul volto dagli attacchi dell’11/9.

Damasco, Siria, quartiere di Yarmouk per capire e comprendere, anzi approfitto per dire agli amici che ho lasciato laggiù una cosa: The answer my friend it’s blowing in the wind.

 

Siamo Partiti il 3/09/2007 dall’aeroporto di Fiumicino e appena sbarcati avevamo i bagagli pieni di pregiudizi mediatici, (e personalmente un mal di gola da paura trasformatosi da lì a poche ore in una bella influenza, naturalmente non mediatica) che forse un po’ ci siamo portati dietro, anche al ritorno.

Siamo andati lì per capire per darci delle risposte, per non essere un occidentale medio e io per cercare di documentare.Sono partito pieno di dubbi e pieno d’incertezze che dopo poco si sono trasformati in paure e poi infine per trasformarsi, in svolte di una vita vissuta “a dare le testate sul vetro della mia stanza come un mosca che cerca di uscire”.

Non voglio tediarvi con una cronaca di ogni giorno vissuto al Jafra Center, l’associazione che ci ha ospitato, ma vi dirò alcune cose che mi hanno cambiato la vita.

 

Il sapere, è andare in un posto e verificare di persona e ho deciso che se non posso verificare quello che sto vedendo non ha senso neppure manifestare contro o a favore di qualcosa e la verità soggettiva che non ha come proposito finale,quello di sovrastare l’ideologia altrui ma cercando di trovare dei punti di accordo, quella forse è la salvezza del mondo,con tutte le contraddizioni di fondo che questo porta.

 

La felicità, quando si dice che i soldi non fanno la felicità, forse è sbagliato nella nostra mentalità ma io sono riuscito a capire attraverso delle persone che soffrono una situazione di completa ignoranza da parte del mondo, persone che non hanno una carta d’identità che a noi sembra una rottura di scatole immensa, quel foglio di carta con qualche nostra terribile fotografia fatta in chissà quale macchinetta o da qualche animale di fotografo, che ogni tanto dobbiamo ricordarci di rifare perché si è rovinata o perché, semplicemente, è scaduta. Nonostante ciò ho ritrovato in Italia gente stressata dalla vita quotidiana, ignoranza più assoluta di ciò che ci succede intorno e una voglia di NON ascoltare l’altro che fa paura, SIAMO INCAPACI DI ASCOLTARE.

 

Cosa succede lì? Certamente non stanno a piangersi addosso della loro situazione, ogni cosa è buona per fare festa, per cantare, per ballare, per ricordarci che siamo esseri umani e per combattere.

Che Guevara diceva “C’è sempre una ragione per sorridere”, ma non è in Italia che ho capito il senso di questa frase. Questo è quello che mi viene in mente di scrivere, è molto frammentario e incomprensibile per certi versi, ma sono ancora in fase digestiva di questa esperienza. Chissà quale sarà la prossima fase.

divisorio

commenti

ritratto di Valeria

Anche se questa è solo una

Anche se questa è solo una prima fase, mi ha comunque inchiodata al computer. Molto interessante. Una splendida esperienza da quanto ho letto. Aspetto con ansia altri racconti. Un abbraccio

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