Tra conchiglie e ricordi
8 Gennaio, 2008 - 12:50 — Valeria
Se ne stava sdraiata lì, con la testa ciondoloni ed i suoi pensieri che
troppo pesanti faticavano per volarsene via. Teneva gli occhi chiusi,
le gambe erano scoperte. Quel giorno aveva indossato un leggero vestito
di garza che al primo soffio di vento le si era sollevato, lasciando
intravedere gambe nude e bianche, forse un po’ incicciottite dal tempo,
ma comunque belle.
Se ne stava sdraiata lì, a lottare col suo cervello che le chiedeva
di mollare tutto, ritornare alla sua adolescenza spensierata ricca di
amori veloci, di sguardi incrociati e di serate stellate. Ma era tardi
ed ora abbastanza cresciuta cercava solo uno sbocco da dare alla sua
vita. Il sole si coprì, una oscura nuvola arrivò a dare tinte scure al
cielo.
Capì che era il momento di andare.
***
Si tirò giù il vestito e prese con sé quel grosso barattolo di vetro.
Quanto era scomodo portarselo dietro! Ecco perché era rimasto per tutto
quel tempo sulla mensola. Lo prese come si fa con un bambino piccolo e
se lo strinse al petto. Mentre camminava sentiva il tintinnio degli
oggetti che battevano l’uno contro l’altro dentro al barattolo. Che
strano rumore. Non l’avrebbe mai immaginato che il suono della sua
infanzia fosse formato da tale stridolio.
Il barattolo conteneva delle
conchiglie raccolte su spiagge lontane e vicine, sabbia dell’oceano,
nastrini colorati, biglie di vetro di poco prezzo, vetrini lisciati dal
mare ed una foto.
L’unica che aveva voluto conservare fino a quel momento.
***
Una foto in bianco e nero, un po’ sfuocata. Ritraeva un posto speciale.
Era un palco in legno. Un palco semplice, costruito con pesanti assi,
chiodi grossi e tanto sudore. Era un palco strano però, perché non era
posto in un teatro, in un luogo chiuso, ma si erigeva in mezzo ad una
collina. Lontano dalla città e dal rumore, lontano dallo stridulo suono
della sua infanzia. Perché quella foto? Solo perché era stato un
momento bello della sua vita. Da bambina così come da adulta aveva
odiato mettersi in mostra, la mettevano in imbarazzo tanti occhi che la
osservavano e poi quel palco, quelle assi. L’aveva scoperto un giorno
d’estate, mentre camminava tra l’erba umida e l’odore di funghi. Aveva
smesso di piovere poco prima e lei si era affrettata ad uscire di casa.
Anche quella volta i suoi pensieri erano troppo pesanti per farla
restare ferma.
Ed era apparso quel palco, costruito da uomini forti e da mani callose. Salì la scaletta e tutto cambiò.
***
Cambiò il grigiore del cielo, cambiò la luce, cambiò il sole. Cambiò la
sua vita. Si accorse che poteva raccontarsi agli altri senza nessun
timore di non essere capita. Tutti i pomeriggi cominciò ad andare in
quella parte di bosco. Saliva la scaletta e si raccontava. Chi mai poteva ascoltarla? Poteva dire tutto quello che voleva
della sua vita. Iniziò piano ad appuntarsi quelle tre, quattro frasi
che voleva raccontare su quel palco. Le frasi divennero dieci, poi
venti, cinquanta e poi… non le servì più il palco per esprimere le sue
emozioni. Le bastava sedersi sull’erba con un foglio e ricordare quella
sensazione di assoluta libertà. Scrivere, scrivere, scrivere. A tutte
le ore. Tutti i giorni. Scrivere dietro fogli già scritti, scrivere sui
biglietti della metro, su depliant pubblicitari. Tutto era più chiaro.
Era convinta di seguire finalmente una strada giusta, una via luminosa.
Ed ora correva sull’erba, nelle orecchie il tintinnio stridulo della sua infanzia, ed ora era arrivata.
***
Davanti a lei c’era di nuovo quel palco. Era un po’ emozionata, da anni
se ne era allontanata. Conosceva bene quella fonte d’ispirazione. Si
avvicinò, ma non salì le scalette. Da una parte del palco, con le gambe
a ciondoloni, sedeva un ragazzo. Era concentrato su un foglio bianco
che aveva in mano. Teneva una penna che danzava decisa su quella
pagina. Lei si rivide in quel ragazzo, anche lei era giovane ed anche
lei si metteva seduta su quel palco con le gambe a ciondoloni. Si
allontanò, cercando di non fare rumore. Strinse al petto il suo
barattolo di vetro e capì che era il momento di andare via.
Camminò lentamente verso una fermata di un autobus. Arrivò
l’autobus, salì sull’autobus, scese dall’autobus, salì su un treno,
scese dal treno, salì su un autobus, scese dall’autobus. Era a casa.
La segreteria non aveva registrato nessun messaggio. Posò il barattolo
sulla mensola, si preparò un tè, si fece una doccia e cominciò a
scrivere di una ragazza che se ne stava sdraiata lì, con la testa
ciondoloni ed i suoi pensieri leggeri da volar via.






