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ritratto di Valeria

Tra conchiglie e ricordi

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immagine 1Se ne stava sdraiata lì, con la testa ciondoloni ed i suoi pensieri che troppo pesanti faticavano per volarsene via. Teneva gli occhi chiusi, le gambe erano scoperte. Quel giorno aveva indossato un leggero vestito di garza che al primo soffio di vento le si era sollevato, lasciando intravedere gambe nude e bianche, forse un po’ incicciottite dal tempo, ma comunque belle.
Se ne stava sdraiata lì, a lottare col suo cervello che le chiedeva di mollare tutto, ritornare alla sua adolescenza spensierata ricca di amori veloci, di sguardi incrociati e di serate stellate. Ma era tardi ed ora abbastanza cresciuta cercava solo uno sbocco da dare alla sua vita. Il sole si coprì, una oscura nuvola arrivò a dare tinte scure al cielo.
Capì che era il momento di andare.

***

immagine 2Si tirò giù il vestito e prese con sé quel grosso barattolo di vetro. Quanto era scomodo portarselo dietro! Ecco perché era rimasto per tutto quel tempo sulla mensola. Lo prese come si fa con un bambino piccolo e se lo strinse al petto. Mentre camminava sentiva il tintinnio degli oggetti che battevano l’uno contro l’altro dentro al barattolo. Che strano rumore. Non l’avrebbe mai immaginato che il suono della sua infanzia fosse formato da tale stridolio.
Il barattolo conteneva delle conchiglie raccolte su spiagge lontane e vicine, sabbia dell’oceano, nastrini colorati, biglie di vetro di poco prezzo, vetrini lisciati dal mare ed una foto.

L’unica che aveva voluto conservare fino a quel momento.

***

immagine 3Una foto in bianco e nero, un po’ sfuocata. Ritraeva un posto speciale. Era un palco in legno. Un palco semplice, costruito con pesanti assi, chiodi grossi e tanto sudore. Era un palco strano però, perché non era posto in un teatro, in un luogo chiuso, ma si erigeva in mezzo ad una collina. Lontano dalla città e dal rumore, lontano dallo stridulo suono della sua infanzia. Perché quella foto? Solo perché era stato un momento bello della sua vita. Da bambina così come da adulta aveva odiato mettersi in mostra, la mettevano in imbarazzo tanti occhi che la osservavano e poi quel palco, quelle assi. L’aveva scoperto un giorno d’estate, mentre camminava tra l’erba umida e l’odore di funghi. Aveva smesso di piovere poco prima e lei si era affrettata ad uscire di casa. Anche quella volta i suoi pensieri erano troppo pesanti per farla restare ferma.
Ed era apparso quel palco, costruito da uomini forti e da mani callose. Salì la scaletta e tutto cambiò.

***

immagine 4Cambiò il grigiore del cielo, cambiò la luce, cambiò il sole. Cambiò la sua vita. Si accorse che poteva raccontarsi agli altri senza nessun timore di non essere capita. Tutti i pomeriggi cominciò ad andare in quella parte di bosco. Saliva la scaletta e si raccontava. Chi mai poteva ascoltarla? Poteva dire tutto quello che voleva della sua vita. Iniziò piano ad appuntarsi quelle tre, quattro frasi che voleva raccontare su quel palco. Le frasi divennero dieci, poi venti, cinquanta e poi… non le servì più il palco per esprimere le sue emozioni. Le bastava sedersi sull’erba con un foglio e ricordare quella sensazione di assoluta libertà. Scrivere, scrivere, scrivere. A tutte le ore. Tutti i giorni. Scrivere dietro fogli già scritti, scrivere sui biglietti della metro, su depliant pubblicitari. Tutto era più chiaro. Era convinta di seguire finalmente una strada giusta, una via luminosa.
Ed ora correva sull’erba, nelle orecchie il tintinnio stridulo della sua infanzia, ed ora era arrivata.

***

immagine 5Davanti a lei c’era di nuovo quel palco. Era un po’ emozionata, da anni se ne era allontanata. Conosceva bene quella fonte d’ispirazione. Si avvicinò, ma non salì le scalette. Da una parte del palco, con le gambe a ciondoloni, sedeva un ragazzo. Era concentrato su un foglio bianco che aveva in mano. Teneva una penna che danzava decisa su quella pagina. Lei si rivide in quel ragazzo, anche lei era giovane ed anche lei si metteva seduta su quel palco con le gambe a ciondoloni. Si allontanò, cercando di non fare rumore. Strinse al petto il suo barattolo di vetro e capì che era il momento di andare via.
Camminò lentamente verso una fermata di un autobus. Arrivò l’autobus, salì sull’autobus, scese dall’autobus, salì su un treno, scese dal treno, salì su un autobus, scese dall’autobus. Era a casa.
La segreteria non aveva registrato nessun messaggio. Posò il barattolo sulla mensola, si preparò un tè, si fece una doccia e cominciò a scrivere di una ragazza che se ne stava sdraiata lì, con la testa ciondoloni ed i suoi pensieri leggeri da volar via.

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