La Torre, in ordine di voto
Mano ferma - 4° e ultima puntata
8 Febbraio, 2007 - 07:39 da Valeria
Dove eravamo rimasti...
Le sue mani cominciarono a tremare. Le sue dita si mossero freneticamente. La sua pelle diventò rossa e rugosa come una corteccia di un albero secolare. Le sue mani si agitavano in piccoli e quasi impercettibili scatti. Quello era il suo coltello, il suo! Lei con quel coltello doveva dimostrare che le sue mani erano ferme e calme come quelle di suo nonno! Nessuno poteva possederlo tranne lei. Guardò la ragazza sdraiata sul letto. Stava dormendo. Ma osservandola attentamente...
...percepì un movimento debolissimo delle sue labbra, come se la ragazza stesse canticchiando sommessamente una canzone...
...e Macheath, lui ci ha un coltello
ma chi mai lo può saper?
Voleva fargliela pagare, come fa una leonessa con una preda che tenta di scappare. Quella ragazza era troppo insolente. Presto avrebbe chiuso tutti i conti, grazie al suo coltello. Improvvisamente si spalancò la porta, entrò una donna esile, quasi scheletrica, abbastanza alta. A lei ricordava sua madre, quella madre che anni prima le aveva tolto il suo coltellino. Quindi odiava quella donna dall'aspetto malaticcio e dagli occhi di ghiaccio. Era la capo reparto: “Finalmente si è addormentata questa stupida!”. Ma si sbagliava. Con un impeto di violenza animalesca, la ragazza saltò sul letto e poi sulla scheletrica donna che era proprio di fronte. Le mise le mani attorno al collo. Voleva vendicarsi di tutto quell'odio. Urlava di volerla uccidere, le sputò in faccia. Gli occhi di ghiaccio della donna si fecero vitrei.
La ragazza continuava a stringere. Lei non si mosse, in tutto questo marasma rimase ferma a chiedersi se questo era il momento giusto per usare il suo coltello. Non le piaceva l'idea di salvare la sua capo reparto, una donna odiosa, fredda, calcolatrice, una donna che non le avrebbe mai permesso di usare il suo amato, desiderato coltello. Ma poi pensò che questa forse era l'unica occasione per far vedere a tutti che le sue mani erano ferme come quelle di suo nonno, si avvicinò al cassetto, fece per aprirlo...
La ragazza improvvisamente si accasciò sulla donna, le sue mani allentarono la presa, cadde sul pavimento. I capelli le si tinsero di sangue.
La capo reparto guardò per un attimo quella pozza rossa, ricambiò lo sputò ricevuto prima in faccia e disse: “Stanotte, quando ti sei assentata per andare in bagno, ho trovato questo coltello nel cassetto! Ti rendi conto? Un coltellaccio, di quelli da cucina! Guarda! Questa scema! Vammi a prendere il detergente per i pavimenti... bisogna pulire questo schifo!”.
L'infermiera guardò il cassetto, il suo cassetto, dove un tempo c'era stato il suo coltello. Si stirò il vestito con le mani e si avvicinò alla porta. Pensò solo ad una cosa, prima di uscire da quella stanza.
e Macheath, lui ci ha un coltello
ma chi mai lo può saper?
Guardò le sue mani, erano ferme e calme. Ottime per usare un coltello.
FINE
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Giovedì Santi
12 Febbraio, 2007 - 18:21 da AlessioUn racconto d'amore. In epoca di Dico/Pacs e durante il periodo di San Valentino, mi sembrava giusto condividere con il web un racconto uscito dalla mia mente diverse stagioni fa. L'ho un po' sistemato ma la trama è rimasta invariata. Spero che vi piacerà. Se no, pazienza.
Non era disagio per me fare l'amore tra i santi, a pochi metri dalle rive del mare, il vento che fischiava tra le finestre e le porte del piccolo appartamento, e il rumore delle onde quando il tempo si faceva brutto e le nuvole oscuravano il mare e la sabbia diventava fango.
Durante l'inverno del 2003 andavo spesso lì con Nicoletta, in quel monolocale che i suoi genitori affittavano l'estate ai turisti, perlopiù romani o del lazio, che si facevano un'economica vacanza a San Lorenzo.
Ma d'inverno no, la casa era vuota e triste e ogni tanto toccava andarla a pulire altrimenti si facevano le ragnatele e a primavera le formiche avrebbero invaso la cucina in tempo per renderla inutilizzabile l'estate.
E ogni tanto a Nicoletta toccava andarci da sola a pulirla, prendeva la panda verde e si faceva metà raccordo.
All'inizio non le piaceva dover andare da sola a pulire una casa che non avrebbe mai abitato, nemmeno se i genitori gli davano la paghetta per divertirsi il sabato.
Poi mi conobbe.
Accadde un giovedì sera, davanti al bancone del bar di una discoteca rock al centro di Roma. Mentre il Dj passava i Nirvana a un volume talmente alto da far gracchiare le casse, io m'avvicinai a lei, per purissimo caso. In realtà stavo cercando di conquistarmi l'attenzione del barista. Lei mi notò fermò il barista e lo diresse verso di me. La ringraziai a cominciammo a fare conoscenza. Era venuta lì con un suo amico, questo ci provò, lei gli mollò uno schiaffo e lui per ripicca la lasciò lì senza macchina.
Parlammo tutta la notte, nonostante la nostra voce era sommersa dal rumore assordante delle casse che vomitavano musica a pochi metri di distanza.
Poi, la proposta: "Ti va di fare quattro passi?"
"Qui fuori?", le chiesi io.
Ma io non avevo capito. Lei voleva portarmi in quella casetta in riva al mare, dove d'inverno, spolverando mobili e pulendo pavimenti, si poteva rimanere bloccati dagli acquazzoni mentre i fulmini cadevano nell'acqua dando uno spettacolo a cui Nicoletta assisteva da sola.
Inizialmente ero titubante, in fondo non la conoscevo. Lei mi vide indeciso, e cominciò a prendermi in giro: "Ma come, hai paura di me?".
Non potevo certo darle questa impressione, così decisi finalmente di andare lì con lei. Arrivammo alla macchina, e ce la svignammo alla svelta dal parcheggiatore abusivo a cui regolarmente non regalavo un solo centesimo.
"Che vadano a lavorare - pensavo tra me e me - invece di rubar soldi alla gente!"
Mezz'ora dopo fummo lì. Erano già le quattro di notte, ma io non mi dovevo preoccupare dell'orario e altrettanto mi rispose lei.
Non avendo le chiavi del monolocale, con una forcina fece leva su una finestra che si aprì facilmente, poi, facendo cenno di fare silenzio, si diresse verso una specie di pannello di controllo e solo dopo capii che aveva disinnescato l'allarme.
"Ecco perché non ci preoccupiamo di far riparare la finestra", mi disse semplicemente.
Poi accese la luce della cucina, aprì il frigo e tirò fuori una Peroni, poi prese due bicchieri di carta, aprì la bottiglia con i denti e versò il suo contenuto. "Non è granché - mi disse - ma è sicuramente meglio di niente"
I minuti passavano e noi parlavamo sempre meno. Lei se la cavava con poche parole, frasi fatte, di circostanza. Io, quando andava bene, a monosillabi, o semplicemente muovevo la testa su e giù, annuendo di continuo a tutto quello che mi raccontava, inebetito dalle sue esperienze di vita.
Poi ci sedemmo sul divano, lei mi guardava mentro io osservavo la schiuma della birra nel mio bicchiere, poi io mi voltai, la fissai negli occhi, lei poso il bicchiere senza togliere lo sguardo da me, e si buttò sulle mie labbra.
Rimanemmo sul divano fino alle cinque e mezza circa, poi si alzò m'indicò a gesti di seguirla e ci ritrovammo nella stanza, l'unica stanza da notte, con un letto matrimoniale che sembrava appena fatto e, appese alle pareti, decine di foto con santi di tutti i tipi, dagli apostoli fino a Santa Maria Goretti. E poi crocifissi, madonnine contenenti l'acqua di Lourdes e i santini di Padre Pio sul comò.
Prendemmo a frequentarci regolarmente; ogni giovedì sera c'incontravamo nello stesso locale tra la musica assordante e la puzza di alcool. Ogni giovedì sera la trovavo rigorosamente lì, davanti al bancone del bar a sorseggiare birra da tre euro e un Bacardi breezer chiuso, sopra il bancone del locale, e quando mi vedeva accennava un sorriso e mi porgeva la bottiglia di vetro ancora fresca, come se poteva indovinare il momento esatto in cui comprarla affinché si trovasse alla giusta temperatura - né troppo ghiacciata, né troppo calda, ma proprio fresca, come piace a me.
E regolarmente potevo vederla con un vestito ogni volta diverso: impossibile vederle indossare lo stesso colore due volte, altrettanto impossibile vederle ripetere gli stessi gesti due volte. Certo, ogni volta che la vedevo, avevo un bicchiere di birra tra le labbra e la Bacardi per me sul bancone. Ma non ripeteva mai gli stessi gesti, ogni volta vederla era una nuova scoperta i miei sensi erano costantemente impegnati a scoprire nuovi movimenti, nuove espressioni del suo corpo, tanto da non riuscire a fissare quelle più vecchie, tanto da farmi credere di avere a che fare ogni giovedì con una donna diversa. E con la certezza che il giovedì seguente l'avrei ritrovata di nuovo lì.
E il tempo passava lento, come al solito, durante la settimana, e troppo veloce la sera del giovedì. E l'inverno scorreva e poi venne velocemente il 2004, lasciandomi il ricordo della neve sulla spiaggia, dei tuoni che si sfrangevano nel mare, e di quella stanza piena di santi con cui ormai avevo preso confidenza e ogni tanto li chiamavo per nome e Nicoletta rideva, rideva e rideva ancora, e rideva ancor di più quando facevo incontrare la "Signorina Maria" con il "Signor Pio" e poi San Tommaso che litigava con la Madonna di Madjiugorie perché diceva che non ci credeva se non la vedeva lacrimare sangue sul momento e quella non gli dava mai la soddisfazione ma gli faceva sempre trovare la lacrima giù secca lungo il suo dolce collo fotografato su una cartolina incorniciata.
Ma la parte della padrona di casa spettava a una Madonna in primo piano, un grosso quadro sopra il letto matrimoniale rispettata e venerata da tutti gli altri santini. Magra soddisfazione se non si è venerati dagli esseri umani e se anzi questi si mettono a fare altre cose sotto il suo naso.
Eppure, ne sono quasi sicuro, lei non ci voleva male, la sua aria dava un non so che di rassicurante e di sereno, quella serenità che non si poteva trovare dappertutto, e in nessun altro luogo al di fuori di quella stanza imbevuta di santi, dove il sacro e il profano si incontravano per spogliarsi delle loro vesti e mettere in scena, ogni giovedì il mito della creazione.
Venne quindi il 2004, ma il freddo ancora non ci abbandonava e io sapevo che finché non ci avesse abbandonato, io avrei sempre trovato un corpo caldo da cui attingere energia. Finché sarebbe caduta la pioggia, fino a quando l'umidità si sarebbe fatta sentire fin dentro le ossa, avrei ancora sperato di vedere quella casa.
E infatti ancora la vidi, la mattina del 2 gennaio, a venerdì già inoltrato, quando ancora tutti erano sbronzi dall'antevigila di Natale, noi eravamo lì ad Ardea, sulle spiagge di San Lorenzo, mentre al largo i fulmini continuavano a cadere sulle onde prima che esse potessero infrangersi sulla spiaggia umida della notte.
Fu allora che le chiesi per la prima volta: "Quanto durerà"
Lei mi tappò la bocca e riprendemmo a fare l'amore. Verso le sei di mattina disse solo questo: "Perché hai fatto quella domanda?" e io non capii, era passato troppo tempo per potermela ricordare.
Non mi guardava più negli occhi, ma osservava attentamente le mattonelle della cucina cercando lo sporco e le imperfezioni.
E io mi sentii perso.
Poi, come ogni venerdì alle 13, la riaccompagnai alla prima fermata della Metro e tornai a casa. Ma questa volta non sentivo la tranquillità, la pace interiore che si accompagnava a me ogni venerdì quando tornavo a casa. Ero nervoso, nervoso e preoccupato.
Passai una settimana terribile, piena di incubi e di paure, con la certezza che non l'avrei mai più rivista. Mi chiedevo se era il caso di tornare in discoteca il giovedì sera.
No, no, meglio di no, perché tornare in quei posti, perché voler rimanere deluso? Decisi quindi che non sarei tornato.
Il giovedì successivo mi diressi da tutt'altra parte di Roma, decidendo di fermarmi al centro e in particolare al quartiere di San Lorenzo, forse perché omonimo al luogo dove pensavo dovesse risiedere il paradiso. Ma lì era l'inferno e il freddo entrava sempre nelle ossa me senza nessuno che lo potesse ricacciare via.
Camminai per ore e ore, senza incontrare una sola persona conosciuta, anche solo di vista.
No, non potevo resistere a lungo.
Presi la macchina e mi diressi verso la famosa discoteca. Ma erano le tre di notte e lei non c'era davanti al bancone, che pure era vuoto e non affollato come quando c'era lei ad aspettarmi.
Allora, dopo aver controllato tutto il locale, rimontai in macchina e mi diressi verso la sua casa al mare. La casa era completamente buia, ma io non mi diedi per vinto, aprii la finestra, come faceva lei e dal quel momento avevo 60 secondi per cercarla: se era dentro, l'allarme era disattivato, altrimenti sarebbe suonato e io sarei dovuto scappare via subito.
Andai diretto alla camera da letto: non c'era. Guardai i Santi, loro non ricambiarono il mio sguardo. Vidi per la prima volta quella stanza permeata dalla tristezza, gli stessi Santi erano in realtà tristi. Non riuscii a capire se lo erano sempre stati, o se lo divennero solo in quel momento.
Finalmente gli occhi si bagnarono completamente e caddi disteso sul letto, noncurante del fatto che il tempo che mi era stato concesso era ormai scaduto e l'allarme avrebbe suonato.
Mi risvegliai la mattina seguente ancora disteso su quel letto. Pensai subito all'allarme e capii che doveva essere una bufala di Nicoletta. Andai al bagno anche per darmi una sistemata, poi tornai verso la cucina e feci per aprire la porta della casa per tornare in macchina, quando vidi sul tavolo un foglietto datato mercoledì.
C'era scritto: "So che domani mi cercherai a non mi troverai. E allora verrai qua e non mi troverai ancora. Un lutto in famiglia mi impone di passare la prossima notte a casa dei miei zii. Ho staccato l'allarme così se vuoi puoi passare la notte qui senza dover per forza tornare a Roma. So che accoglierai con sollievo la mia proposta. Ci vediamo il prossimo giovedì notte in discoteca, prometto di esserci, ciao. Nicoletta."
Tornai nella stanza, guardai i Santi: ora erano più sereni e diffondevano pace e tranquillità a tutto il locale. La Madonna mi strizzava l'occhio mentre San Tommaso aveva la faccia di uno che dice: "Finché non vedi, non credere!"
Ma in fondo San Tommaso non mi dava eccessive preoccupazioni.
Il giovedì successivo tornai in discoteca, e la trovai subito, che nemmeno ebbi il tempo di farmi venire i brividi per la paura di non vederla. Bevvi la mia Bacardi breezer e poi l'abbracciai. Andammo nella casetta al mare, facemmo nuovamente l'amore, poi lei si lavò, si mise il pigiama, si avvicinò al mio orecchio e disse: "Ho la risposta alla tua domanda"
Ebbi paura. Nel lampo di un attimo mi ritrovai di nuovo solo, e non potevo vivere un futuro senza lei..
Le dissi, senza perdere un momento: "Spara", ché se si deve morire, tocca farlo nel migliore dei modi, ancora lucidi per apprezzare bene i dolori della morte e le gioie della vita appena finita.
"Non finirà oggi. E, forse, nemmeno il prossimo giovedì. E magari nemmeno tra due settimane. Finirà solo quando lo vorremo noi"
E poco dopo un fulmine spazzò il cielo, e l'orizzonte si colorò per un impercettibile attimo del colore della tempesta e io sapevo che finché sarebbe piovuto no, non sarebbe finita, e i Santi avrebbero continuato a sorriderci dall'alto dei loro piccoli templi.
Lavorare durante le feste
28 Dicembre, 2007 - 17:37 da AlessioPerò per capire bene il senso delle mie parole, dovete avere presente il personaggio, che non è insopportabile perché antipatica, ma proprio perché... insopportabile!
Lei, chiamiamola Lucrezia, arriva a lavoro verso le dieci di mattina. Dalle dieci e mezza in poi senti che batte freneticamente le dita sulla tastiera: sta chattando con il suo ragazzo, i suoi 250 amici e forse anche con qualche parente. Poi verso mezzogiorno, spesso perché tramite chat rischia di litigare con qualche amico, parte con le telefonate, ovviamente a carico dell'azienda. E parte con l'amico numero uno, quello con cui stava per litigare, per poi passare al due, poi al tre, quattro, cinque e così via per poi ricominciare il giro. Le sue telefonate sono molto silenziose, infatti si sentono solo nel raggio delle dieci stanze più vicine. Va beh, nelle prima venti, se hanno le porte aperte. Insomma tutti noi, volenti o nolenti, conosciamo i suoi cazzi. Una persona decisamente cristallina e da ammirare per aver così tanto in spregio la propria privacy!
Ma il problema più grande per lei è quello di fumarsi la sigarettina verso le cinque di sera dentro l'ufficio con le finestre aperte:
- Ma Lucrezia - faccio io - abbi pazienza, non è il luogo adatto per farlo. Vai sul balcone, ti fai sti cinquanta metri che tanto non abbiamo nulla da fare e non intossichi nessuno!
- Ma dai per favore! Però sei proprio cattivo, che ti costa, sto fuori dalla finestra!!
- Solo se ci esci con tutti e due i piedi
- Eddai! Però quando esci con gli altri colleghi a fumare non ti dà fastidio eh!
- Ma usciamo dalla stanza e stiamo all'aperto, dove nessuno mi obbliga a rimanere e sono cosciente che altri fumano. Nella stanza dove lavoro non posso andarmene, quindi capisci che il paragone non regge!
Insomma morale della favola, dopo cinque minuti esce dalla stanza. Credevo (speravo) che avesse capito la lezione, me la immaginavo sul balcone a rumiginare sull'importanza di rispettare le regole della civile convivenza. Rientra dopo circa cinque minuti:
- Dai posso fumare una sigarettina?
- ... Ma porca miseria, ma che hai fatto fino ad ora?
- E stavo all'altro ufficio a parlare con Pasquale
- E potevi fumare lì!
- Non mi ha fatto fumare...
- Se andavi fuori facevi prima e non scassavi ad altri...
Passano altri dieci minuti e fa:
- Ma possibile che non c'è nessuno online? E io con chi parlo??
- Beh puoi parlare con me, stiamo nella stessa stanza!
- Ma no, voglio parlare con gli amichetti miei!!
- Cioè mi stai offendendo - faccio io scherzando
- No è che voglio chattare con gli amichetti miei... di che parliamo noi due?
- Umh... per esempio della legge elettorale, no?
- Ah, che palle che sei, sempre de ste cose complicate ti va di parlare?
- Va beh allora dell'ultimo album di Gigi D'Alessio
- Me fa schifo Gigi D'Alessio
- Anche a me, visto che abbiamo delle cose in comune?!
- Basta ora chiamo qualcuno...
Per la cronaca, la chiamata non è durata più di venti minuti...
Morale della favola (ecco perché sta sotto La Torre: c'è una morale, come in ogni racconto che si rispetti!): anche durante le noiose giornate di non lavoro, c'è sempre qualcosa o qualcuno per cui vale la pena sorridere!
Una storia illustrata: La pozzanghera di colore ed il Foglio viaggiatore - Tavola/Puntata 03
7 Gennaio, 2008 - 12:11 da ValeriaTavola/Puntata 03: ...e fu lì che andò a finire
...Volò, ondeggiando per tutta la notte intera, fino a quando nel bel mezzo di un vicolo cieco, davanti ad un negozio di vernici, trovò a terra un barile abbandonato, da cui fuoriusciva una colore strano... E fu lì che il foglio, ricolmo della cosa più fantastica del mondo, la FANTASIA, s'appoggiò...
VUOI SAPERE COME INIZIA QUESTA STORIA?
- Leggi la Tavola/Puntata 01: Un foglio che all'improvviso scappò via dalla finestra
- Leggi la Tavola/Puntata 02: Il foglio viaggiatore incontra l'uomo
notte
10 Gennaio, 2008 - 15:44 da Ceresferocome seta leggera,
scivola sul tuo corpo
e poi sei nuda.
Tenera è la notte,
ché si eclissa all'alba
per poi svegliarsi
quando tutti dormono.
Ti voglio
13 Marzo, 2007 - 15:06 da Ceresferoin pensieri che volano
cadono e si rialzano.
Esito, guardo e scappo
dal pressante desiderio e,
forse è la pazzia
o l'ardore mio,
continuo in sconnessi desideri
di te e me.
Non dovrei lo so
eppure è solamente così.
Desio, follia, rabbia, dolcezza
ora si, ti voglio.
Eleonora
10 Aprile, 2007 - 00:17 da CeresferoEro molto dibattuto se metterla o no questa cosa che ho scritto sul sito. Non abbiatene a male ma veramente è un pezzo della mia anima. Ve la farò leggere la composizione sregolare, ma vorrei nessun commento. Non ne voglio, dovete prenderla così com'è, triste forse, ma è me in un momento particolare.
Mi manca, mi manca come il respiro della vita.
Mi si spezza nel cuore l'idea e il dolore ci gioca.
Mi mancano quelle manine che giocano,
colorano e disegnano disegni miei.
Quella piccola mania di dormire toccando la pelle,
te che cercavi sempre la presenza di qualcuno
qualcuno che prima avevi paura fossi io e
poi come aria, ci siamo scontrati e uniti.
Svegliarsi la mattina con le tua mani sul mio viso,
che gioia che era, che vuoto ora.
Il tuo abbracciarmi allontanandoti da altri,
il tuo volermi con te anche solo per giocare,
il tuo considerarmi amico, un tuo amico.
Eppuro la ricordo bene la tua voce che dalle scale
irrompeva in un grido di gioia al sapermi lì.
Ricordo le volte che mi nascondevo,
il tuo viso imbronciato che poi scoppiava
in quel sorriso felice nel trovarmi.
Il cucinare insieme che ci prendeva,
stringeva in quell'atmosfera di gioco, dio che bello.
Vederti intenta con due dita a prendere
la carne panata, il tuo chiacchierare e ridacchiare,
il progettare insieme i giochi, insieme.
Mi hai fatto innamorare di te, quell'amore non giusto
che non posso portarti, quello che un genitore prova.
Mi manchi tanto, come l'ultima volta che m'hai abbracciato,
sentire quelle tue manine intorno al mio collo,
la tua voce dolce che chiedeva "ma mi verrai ancora a trovare?".
Si ti ho risposto, lo farò e ogni volta lascierò il cuore lì,
lo lascierò perchè sei la mia cucciola,
non dovrei ma per me lo sei e sono consapevole che mi fa male,
ma non posso farci niente.
Mi manchi, come se fossi anche figlia mia.
Prima donna
2 Marzo, 2007 - 13:17 da Valeria
Caro diario, sono molto soddisfatta perché oggi... ho visto la luce!Non credevo fosse così luminosa e piena di puntini colorati.
Per un secondo non ho voluto crederci, ma è così!
Mi si è posta di fronta, io non ho resistito. Ho dovuto toccarla e capire di cosa fosse fatta. Sembrava una caramella gommosa, dai colori brillanti, vivaci, da mangiare!
E' stato un po' difficile capire quale funzione ricoprisse qua.
In questo posto c'é tutto: la pace, la tranquillità, tutto. Ma poi ho capito, finalmente, che deve essere importante. Non proprio importante come pensi tu. Solo dopo averla vista, ho capito che gli uomini mentono.
Loro, tutti e due, mi avevano giurato che non esisteva. Mi fanno una rabbia quei due! Io sono sempre sola!
Fanno discorsi sull'eternità, mi dicono che non posso capirli. Mi fanno una rabbia, si credono i padroni del mondo.
Io sono l'unica donna a parte qualche scimmia pulciosa.
Ho proprio voglia di fare qualche cosa di molto superfluo. Domani la mangerò tutta, la divorerò fino all'ultimo morso!
Un'altra volta
11 Marzo, 2007 - 00:06 da SoulmanEccomi ancora sulla mia strada
E corro verso di lui
che si allontana da me
Ed io a rincorrerlo
Spero si fermi da un momento all'altro
Che si accorga di me
E invece l'orizzonte lo fa suo per levarmelo dagli occhi
Cazzo ho perso l'autobus un'altra volta.
Shine on you crazy love
7 Maggio, 2007 - 11:16 da CeresferoEro a teatro, perso in stupendi viaggi onirici e comunque azzeccandoci nel mettere le musiche dello spettacolo, quando le note di una canzone mi hanno aperto il cuore in un urlo di commozione. Saranno stati i ragazzi del Talete, il mio pensare a lei, la musica, insomma...l'impulso di scrivere c'era e l'ho assecondato.
E sfuggi nella mente,
come urlo infinito
di profonda stupenda passione.
Sei nuvola nera cupa
bianca che cambia sempre
sogno di ovatta leggera.
Sei la goccia gelida
che scivola sulla schiena
nelle torride mattine estive,
sollievo di un pensiero
una carezza sul viso,
un gesto che schiude
come un antico custode
le porte del cuore.
Sei suono di campanella
portata sul cuore pulsante.
La corda di chitarra
che canta la vita
fino all'alto cielo.
Luce immensa nelle vene
che porta le lacrime
di gioia pura incontenibile
scoprendo nelle note profonde
di una vecchia canzone
un sentimento che scivola
lungo le mie guance
in rivoli di commozione.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio
5 Marzo, 2007 - 16:07 da SoulmanGiuda è alle porte del paradiso e Dio lo interroga su ciò che è accaduto.
Chi io?...
Chi sarei io?...
Giu chi?
Giuda?...
Ah no signori vi state sbagliando...
Avete preso fischi per fiaschi...
Io il traditore?
Ma di cosa state parlando?
La via crucis?
Impiccato?
Ma va va...
Su chi vi ha pagati per fare questo scherzo?...
Chi ho tradito? Gesù?
Chi è costui?
Ah il capellone! Sì sì...
Ho capito chi è ma io che c'entro?...
Ah no quel giorno io ero alla taverna ad ubriacarmi con gli amici. Avete capito?...
Sì ero ad ubriacarmi con i miei undici amici!
Perché?...
Perché ho vinto trenta denari al Tradi Lotto e quindi ho deciso di diventare l'eroe del giorno e ho pagato da bere a tutti, ma devo aver alzato il gomito...
Che cosa?
Trenta denari?
Beh per trenta denari... Sono anche la Madonna se volete!
Neri uccelli
13 Gennaio, 2008 - 19:07 da Ceresfero
Come brandelli di carta bruciata,
sospinti dal vento intorno alla torre,
quei neri uccelli decorano l'aria.
Si muovono in gruppo, con perfezione,
ricamano l'aria di geometrie ed astrazioni
lasciandoti il fiato tronco.
Si chetano poi, al cadere della pioggia,
sopiti in attesa, coi colli corti.
Finito lo scroscio, con l'ultima goccia,
il manto di piume fuliginose s'alza
ad esplorare il cielo, cinguettando,
mentre sembrano fogli di carta bruciata.
Fuoco e fiamme
5 Febbraio, 2007 - 17:29 da AllyMi piace sentirmi vivo. Non sempre si riesce ad esserlo appieno. Ma quando ci si riesce, è tutta un’altra storia.
Mi piace sentirmi vero. Non sempre si riesce ad esserlo appieno, per paura o per educazione. Ma quando ci si costringe, si muore dentro.
Mi piace sentirmi incazzato. Non sempre è necessario, ma è una di quelle sensazioni che ti fanno sentire vivo e vero come non mai. Non hai vie di mezzo, costrizioni, vincoli morali. Puoi tutto. Ed esprimi tutto. Ti senti piano piano invadere da questo sentimento potente… l’ira… piano piano percepisci il fluire in ogni tessuto, in ogni molecola e ti senti sempre più forte, sempre più forte, sempre più forte.
Ed è allora che vomiti. Vomiti tutto. Deve sentirsi così un mostro. Immenso, mortale… vero… vivo.
In quel momento potresti macinare km, smuovere montagne o abbrustolire con un solo sguardo ogni presente.
In quel momento non sei più l’immagine che gli altri ti dipingono addosso: non sei grazioso, dolce, gentile, educato, premuroso, silenzioso… No, in quel momento sei solo tu all’ennesima potenza. E se qualcuno rimane allibito per tanta franchezza o per tale vigore, beh, forse, non ti conosce così tanto.
Mi chiamo E. Faccio il drago a sette teste sputa fuoco, di mestiere. Molto piacere di conoscervi.
Inutili parole
14 Febbraio, 2007 - 11:43 da ValeriaNon dovrei piangere
Regalo queste lacrime
Mentire non mi si addice
C'é solo un giuramento
Tornare alla finestra
Strano quadrato
Tornare al ricordo
Dolce conforto
Tornare a te
Tenera ed immortale
...lealtà.
Non dovrei piangere, per la prima volta queste non sono lacrime mie, non appartengono a me. Lo giuro. Non le voglio. Le verso per ricoprire ricordi vicini che si accavallano. Perdonami per averti spiato. Ora ne pago le conseguenze...
Scetticismo intellettuale
9 Maggio, 2005 - 19:28 da Ceresfero| Allegato | Dimensione |
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Sorrisi in penombra
23 Marzo, 2007 - 21:24 da CeresferoE ti guardo, sempre in questa penombra.
Dolce supplizio la minima carezza
che mi passi sul viso,
toccarti la pelle ed esserne caldo.
Sentirti sotto la pelle, volerti e dolersene.
Graffiante l'idea mi spezza il fiato.
Quel desiderio pressante che esclude,
a piene mani, ogni ragione lucida.
Escludo se posso le idee, mi perdo
sempre in desideri semplici ma pieni,
rotonde forme che hanno sapore
ignoto, spigolose decisioni e
aspre voglie che sono frenate.
Spaccami il desiderio, spaccami
questa malsana voglia e poi,
come sempre, un bacio leggero sana.
Legami
19 Marzo, 2008 - 12:40 da Gianni
Come la rugiada siete vicini,
niente di più limpido
dono di madre natura.
Come la rugiada rimanete uniti
tinti dal colore delle foglie,
e con il sole
legate il vostro cammino.
Come la rugiada
date il buon giorno
nostra è la gratitudine
vostra è la bellezza
avVolti
11 Gennaio, 2007 - 16:56 da GianniLa pioggia bagna i visi scoperti
tinge di scuro i vestiti
i tintinnii delle grondaie risuonano
nostro il loro incedere.
La pioggia bagna ogni cosa
sapendo di non far male
le nostre anime rimangono asciutte
te le riscaldi le rendi
d’incanto prati in fiore
Natural Velvet
19 Aprile, 2008 - 13:59 da Ceresferoquei baci pieni che solo tu sai darmi.
Labbra piene e morbide, lingua che stuzzica.
Pelle contro pelle, respiro su respiro.
Sogno il tuo sorriso che mi riempie
e scalda, un panno vellutato.
Ogni volta, come sempre, c'è un forte respiro.
Voglia di te.
Alibi
31 Ottobre, 2005 - 20:04 da Valeria
Se lo sguardo vi arriva fino alla luna, fate un bel sospiro. Stanno per arrivare le streghe, che hanno qualcosa da dire ad un pubblico curioso come voi. Fremono dalla voglia di danzare attorno al loro albero, ma è ancora presto. Prima ci sono le confessioni.
Perdonate il mio ritardo, ma ormai posso mettere piede su questa terra solo una volta l’anno. La gente non ama ascoltare la verità per più di due volte ogni dodici mesi. Così per tutto il resto del tempo rimango rintanata nel mio cantuccio, ad origliare.
Mi piace ascoltare le persone che si accorgono di aver trovato finalmente loro stesse. Poverine, però, non sanno che è proprio quella parte di loro che agli altri non piace. E’ la spavalderia di un istante di puro egoismo a renderli una melassa viscida e insipida. Poverini. Nessuno ha la fortuna di sapere che in quel momento li sta ascoltando una strega, che nera, nel suo scialle rattoppato, è pronta a mostrargli la loro parte malata.
Ma ve lo ha detto mai nessuno, che siete delle piccole pulci malate?
Ha tentato mai nessuno di prendervi e schiacciarvi tra le due dita, pollice e indice?
No? Ma allora ritenetevi fortunati, diamine! La vita è così, imparate a difendervi, imparate a farvi amare, soprattutto. Amate come non avete mai pensato. Amate come avete sempre sognato rigirandovi nel vostro immacolato lettino. Amate. Magari non lui o lei. Magari uno vero, magari uno che vi voglia e vi rispetti qualche grammo in meno.
Magari c’è qualcuno che è nato per tacere e invece riempie i vuoti della sua mente parlando a raffica per ore ad amici invisibili.
Il ruolo di una strega vera è quello di far capire al testardo malcapitato che non funziona così.
Se qualcuno ti lascia parlare a vanvera non significa che ti voglia bene…
Questo è il mio destino di donna malefica.
Mi piace mostrare alla gente come sia fatta veramente.
Mi nascondo tra le fronde degli alberi, invoco spiriti maligni pronti ad ascoltarmi e scelgo la prossima preda.
Mi sento rinascere, mi sento più bella, sono serena e pronta a danzare attorno al mio albero.
La gente mi grida “stregaccia!”, ma a me importa poco, lei non se ne accorge subito ma presto capirà che la sua parte negativa è l’unico frammento reale del suo carattere.
Tra poco tornerò alla mia solita vita di osservatrice attenta. Tra poco sceglierò una nuova persona da mettere di fronte alla verità. Tra poco mi sentirò nuovamente libera, grazie alle sofferenze degli altri.
Sono una strega, non dovete volermi bene per forza.
Guardatevi dentro e apprezzate quella parte che più vi spaventa, il resto buttatelo via, sono solo menzogne.
A rogo strega eretica e le tue ceneri si disperderanno con vento
a rogo strega eretica e le tue mani non dissemineranno mai più cattiva sorte
che la tua voce si ammutolisca per sempre
Credo di non sopportare questo lamento straziante
adesso le fiamme asciugano le tue lacrime
e il tuo sguardo non si poserà più sui nostri bambini innocenti
hai il tempo per l'ultima maledizione
o per l'ultima preghiera
tra migliaia di scongiuri
Credo di non sopportare questo lamento straziante
e le tue mani non dissemineranno mai più cattiva sorte
e le tue mani non dissemineranno mai più cattiva sorte
e le tue mani non dissemineranno mai più cattiva sorte
L'ultima preghiera, Carmen Consoli
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Cartelli autostradali
14 Maggio, 2007 - 17:47 da AllyTraffico rallentato, traffico intenso, code, congestionamento per non assorbimento… in 700 km di autostrade italiane ho aggiunto almeno una decina di sinonimi per la semplice e fatidica “fila”. In compenso ho avuto il piacere di confermare le mie impressioni di anni di frequentazione: i cartelli autostradali non servono a una ceppa.
- non sono mai aggiornati in tempi reali
- ti avvisano quando ormai non hai più scampo perché sono sempre collocati dopo l’ultima uscita utile
- ti allarmano inutilmente
- si inventano uscite autostradali o descrivono situazioni di Reggio Calabria mentre tu stai a mala pena a Roma
Inoltre ti sviolinano una serie infinita di ottimi consigli e di avvisi di operai al lavoro al km 97, al 212 al 220 e al 440 dell’A1, ma quando arrivi in corrispondenza del tratto precedentemente citato e ti imbatti in una sfilza di strisce gialle o riduzioni di corsie, non solo non trovi gli operai al lavoro (anzi, men at working, come recita il cartello), ma neppure i fatidici macchinari! Ma che sciocca, pensi, in fondo ti avevano avvisato già dalla tangenziale di Milano che il “Cantiere è in movimento”!!! Così non ti sorprendi affatto quando ti riducono la carreggiata da 3 ad una sola corsia senza avvertirti, perché, prima o poi, lo dovevi pur beccare il cantiere ballerino…
Confesso, però, che sono rimasta piacevolmente sorpresa dal non trovare più le accurate statistiche sui morti per incidenti stradali. Forse qualcuno si è accorto che il totale fa sempre 5/3 in barba a tutte le leggi matematiche… o forse qualcuno ha fatto notare che gli incidenti per distrazione alla guida erano mostruosamente aumentati causa pruriti fulminanti ai genitali…
Grazie Società Autostrade, grazie davvero: senza i vostri impagabili cartelli, non avrei proprio saputo di cosa ridere per tutti i 700 km che separano Como da Roma!





