[acidfree:305]Quante forme di amore conosciamo? Tante. MA io voglio proporre la più ignobile. La più inaccettabile. L'odio. Voglio (senza motivo alcuno, per il puro gusto della sperimentazione immagiantiva) far vedere che non esiste amare e solo amore tra padre e figlio.
Avvertenza prima di leggere il racconto: è un testo che è abbastanza
crudo. Potrebbe essere violento sotto certi punti di vista. Non istigo
a nessun rapporto simile.
Ora le motivazioni.
Signori ho fatto nottata per scriverlo. Sono testè le 4:18 del 12
agosto e ho sonno finalmente. La mia lunga assenza sul sito poteva
preoccupare, non crediate, sono coriaceo.
Bene. Saluti fatti, buona lettura.
Ah,
che sbadato, dimenticavo. Il testo è dedicato a mio padre, non lo
leggerà mai, non lo saprà mai, ma cordialmente mi fa proprio schifo. Un
saluto a tutta la direzione del sito. Ragazzi sono nell'ombra ma ci
sono.
(Per leggere il racconto, continuare. Per scaricare l'allegato, scendere in fondo e cliccare il link sotto a destra)
La stanza buia puzza di sudore. Denso, viscido, schifoso. Una malsana ultima ora d’aria. Sento come degli ululati, le sirene delle ambulanze che ululano mentre portano nel proprio ventre morti e feriti. < Un lauto pasto stanotte. Una fiera volontà di morire. Ixtab. Dea patrona dei suicidi, accogli la mia anima, perché forse stanotte verrò tra le tue braccia. Ma, prima che la notte giunge alla quinta ora dopo la mezza, sapremo chi fra me e te –piccolo vigliacco stronzo- bacerà le sue mani >. La voce stessa rimbalza nella piccola stanza. Nel buio totale, senza che un occhio si abituasse, non si poteva scorgere l’uomo. Un letto, o forse una gabbia di ferro, lo tiene sdraiato. Tubi gli fuoriescono dalla stomaco, dalle braccia, dal naso, dalla gola. L’odore di sudore è suo. < Un altro odore ora si fa più vivo. Un odore che anarchicamente e da sobillatore di masse si intrufola sotto altri odori. E’ lui a stordirti, è lui ad attaccarti alla gola. Lui ti strappa la ragione dalla testa e, bellamente l’infame, se la divora davanti a te. Tu non lo vedi ma lui, schifoso giullare da tre monete false, ghigna davanti a te mentre il sangue della tua logica gli cola dalle labbra, come stesse mangiando una bistecca al sangue. Non hai capito ancora chi è? Ma gioia mia, è sempre lei, la PAURA. Quante volte bellamente ti sei preso gioco di lei. Quante volte hai premuto un grilletto dicendo: Cosa si prova a vedere la morte in faccia? Bene la paura che hai donato, ora, ti torna indietro.> La voce è calma. Una calma irreale. Se la follia avesse un odore sarebbe tabasco e camomilla. Due cose che non hanno significato insieme, ma coesistono. L’uomo, il medico, apre il giaccone lungo. Kevlar nero, interno morbido e caldo. Lana di pecore clonate. Estrae un pistola dalla fondina. Un revolver, abbastanza antiquato, ma sicuramente funzionante. Ben oliata, sei colpi. < Ora faremo un bel gioco > tira il perno, in sequenza si tira la molla di richiamo dell’estrattore. La canna scivola verso il basso. Rovescia la pistola. Dal tamburo cadono i proiettili nella mano del medico. Il sadico anziano, una cinquantina d’anni, chiude il pugno senza guardare il numero dei colpi. Mette la mano in tasca e chiude la pistola. Tocca con le punte inguainate dai guanti il tamburo, una lieve pressione e poi lo fa ruotare. Tre, quattro, cinque giri completi. Carica il cane. <Bene, comincio io o tu? Comincio io, così da rompere il ghiaccio>, l’uomo anziano, sicuramente russo, si mette la canne della pistola in bocca. Fissa l’uomo incubato, un trentenne europeo, dai tratti mediterranei. L’indice preme il grilletto.
Click!
<Nulla, allora pago pegno. Agli inizi della mia carriera avevo cuore. Sognavi d ristabilire le sorti della terra. Volevo fare milioni di cose, salvare l’Africa, l’India, curare l’aids. Niente, troppe donne grasse a cui fare la liposuzione, troppi mafiosi che cambiavano faccia. Lentamente persi tutto. La mia fede, il mio onore, l’orgoglio. Ho cominciato a vendere i posti nell’ospedale. Avevo trent’anni, quanto te…oh, scusa, domani ne fai trent’uno. Dicevo, alla tua età circa ho fatto quello per cui potevo essere radiato dall’albo, invece mi hanno dato una pacca sulla spalla e una macchina di lusso. Ho ucciso. A sangue freddo. Era un ragazzino. Mi ricordo ancora la sua faccia. Scura, livida, capelli mori e occhi castani. Forse era ispanico, forse era africano, l’unica cosa che ha saputo dire mentre gli piantavo un bisturi tra la quinta e la sesta vertebra è stata: Madre. Ho reciso tutti i nervi del movimento. L’ho narcotizzato, anzi, l’abbiamo terminato. Abbiamo iniettato nel suo organismo una semplice bolla d’aria. Letale, semplice, un infarto. Il cuore ora batte in un porco ricco di Las Vegas, un fottuto americano che a Mosca andava a ragazzine. I reni a due magnati arabi di petrolio. Le retine a uno svizzero. Il fegato, triste mi duole dirlo, a un compatriota russo. Il resto degli organi e arti alla Body Bank. Da tutti quei schifosi ho ricevuto onori e gloria. Una gloria fatta da morti innocenti. Assassino, si, sono un assassino. Mi dichiaro colpevole, ma per questo reato il giudice revolver mi ha assolto>, la canna ora viene puntata contro l’uomo al letto. Gli viene puntata fra gli occhi, viene spinta forte sulla carne. L’uomo si dibatte, ma nelle condizioni in cui versa non può fare nulla. Lui, un poliziotto, costretto a letto e seviziato da uno psicopatico. Lui, l’onesto, l’incorruttibile, il servitore della giustizia. L’indice fa pressione. Un vergognoso gemito si solleva dalle labbra dell’uomo a letto. Una mano del medico gli tiene ferma la testa, l’altra preme il grilletto.
Click.
<Bene figlio di puttana. Anche tu assolto dall’accusa di omicidio>, mugolio di diniego, quasi a voler controbattere l’accusa appena detta. <Oh, ma io lo so che sei un assassino a sangue freddo come me. Non eri tu, dieci anni fa, ad essere membro dei Skull Dancing? Non erano i vostri caschi dipinti a fare “pulizia” nei quartieri? Lo so, tu dirai sicuramente, non è vero, non ero io, non hai prove. Già nl dire: non ero io e non hai prove ti sei tradito. In realtà sono anni che ti seguo, ti osservo. So quello che fai, come agisci. Siamo molto uguali io e te. Mi ricordo quella volta in cui prendesti quel clocharde, nel livello 3, e lo picchiasti a morte. Il cervello sull’asfalto, il sangue ovunque, i tuoi commilitoni che ti battevano le spalle e tu, fremente coglione pieno di boria, gioivi e perché no, ti eccitavi. Ma la morte è oramai permeata tanto in noi da non essere più un peccato capitale. Quindi sei assolto> un sorriso, tirato e finto all’invero simile mentre, dopo una spinta gustosamente violenta e gratuita, il medico toglie la pistola dalla fronte del poliziotto. <Permetterai che non la metta più in bocca, sai, il tuo sudore mi fa schifo. Senza offesa, ma quasi tutto di te mi fa schifo>. Poggia la canna alla base della gola, puntandola verso il basso, usando come base l’incrocio delle costole soprastanti lo sterno. La destra impugna con difficoltà la pistola, la sinistra la sorregge e la tiene puntata.
Click.
<Ti ho visto, schifoso infame. Hai sperato che detonasse il colpo vero? Bhè, ti è andata male, coglione> solleva la pistola e massaggiandosi la tempia si prepara a dare voce alle sue colpe. <Dunque, la mia seconda colpa è la stupro. Una trentina d’anni fa. Lei era una perfetta sconosciuta. A quei tempi avevo iniziato il secondo anno di università. Una sera eravamo al campus. Mosca di notte è stregata, la vodka, le donne, il sesso, le droghe, la violenza. Tutto corre sulla stessa linea immaginaria e reale. Era bellissima, aveva i capelli rossi fuoco, un fuoco di passione. Gli occhi verdi, un assenzio che nella notte mi brucio gola e sonno. La presi contro un muro, nel campus. Aspettai che si ubriacasse e la scopai. Senza amore o sentimento. In maniera ancora più bassa degli animali, almeno loro, dopo, controllano la femmina, la tengono con se e allevano la prole. Non feci nemmeno quello. Godetti di lei e in lei. Senza ritegno, senza dare un minimo di senso alla cosa. La presi, la sbattei al muro, ne abusai e finito me ne andai. Aveva paura. Paura come te> la canna della pistola si direziona verso il poliziotto a letto. Un mesto mugolio di supplica, un lampeggiante rosso, un ululato affamato di un’altra sirena. Gravita di morte, un ventre gonfio di disperazione e dolore. Non c’è nulla di più banale, la punta al petto.
Click.
<Touchè! L’ammetto. Speravo sparasse. Devo dire che almeno tu sei stato più fantasioso. Come? Non fare l’ipocrita, stronzetto, se so di te e il barbone, vuoi che non sappia il resto?> il guanto nero massaggia un mento massiccio, tipicamente dell’est europeo. Un accenno di barba, ben curata, ma corta. <Vediamo, è stata la notte di San Lorenzo. Il 10 Agosto 2015. Esattamente cinque anni fa. Eri di istanza a Praga. Lei era bella,si. Un bel corvino, un bel corpo. Sei stato più brutale e fantasioso devo ammettere. L’hai attirata a te, colpita in testa, buttata in un magazzino, stuprata mentre rinveniva e poi le hai sparato in testa> conta le azioni alzando le dita della sinistra, la mano non impegnata con la pistola. <Ovviamente hai usato il profilattico. Complimenti. Hai sempre avuto problemi a contenere le tue voglie ragazzo mio. Ma devo dire che la brutalità da cui sei passato dall’orgasmo allo sparargli in petto> La sinistra richiusasi dinanzi la bocca a pugno, scende lungo il petto mentre a occhi chiusi la testa scivola verso destra. Un scatto e le labbra schioccano. <M A G I S T R A L E !> Un sorriso divertito mentre la pistola viene puntata nello stomaco.
Click.
<Il mio ultimo peccato è: l’invidia. C’è stato sempre qualcuno migliore di un altro. E’ naturale. Per gli altri forse, ma per me…>un pausa mentre la pistola viene puntata a terra <per me no. Io dovevo essere il migliore. Io sono nato per esserlo. Non importa l’uccidere, oramai ero già assassino. Un medico, un novellino ha cercato di fregarmi la piazza. Lo stronzetto, quel finocchio, si faceva bello delle sue conoscenze, delle operazioni che aveva fatto. Tutti andavano da lui, tutti. Io non potevo essere secondo. Non potevo essere oscurato da lui. Gli hanno trovato un ragazzino in casa, seviziato, torturato, stuprato più e più volte. Percosso. E’ stata la settimana più esaltante della mia vita. Ho ridotto quel ragazzino per una settimana a un involucro. Poi, una chiamata anonima ovviamente, l’ha fatto arrestare. Ho finto scandalo, ho finto di aiutarlo. Non ha retto lo stress, la vergogna, l’infamia. Si è impiccato. Ora nessuno mi è sopra, vero caro?> la testa asseconda il folle medico. Tutto pur di non farsi sparare. Troppo tardi.
Click.
<Bene, non ci sono ne vinti ne vincitori. Come a una partita di poker tra quattro bari. Il tuo ultimo peccato. Non è caso strana. Non ti rammento il fatto di aver tradito i tuoi compagni per un carico di eroina, o aver spartito i profitti di una rapina e aver poi ucciso i tuoi complici. No…> un sorriso bestiale, folle. Camomilla e tabasco. < L’ultima tua colpa è essere mio figlio! Hai presente la donna rossa, tua madre, l’ho sempre seguita e pure te. Hai fatto i miei stessi errori, variegandoli, migliorandoli in follia. Non hai dato continuità al delirio però. Quindi siamo io e te. Sorridi. Non hai sempre sognato un padre?> il volto indietreggia. Il medico prende una siringa. La riempie d’aria. Afferra con tre dita una flebo. L’ago penetra per traverso. Inietta l’aria. < Il giudice Revolver ti ha assolto. Io no. E, per Dio posso, della padria podestà, ti condanno a morte>. Un secondo e il poliziotto è stroncato da un normalissimo infarto.
Ci vorranno quattro ore prima che trovino il corpo. Il segnale del bio-monitor era stato staccato.
Quattro ore dopo, in un appartamento vuoto, un uomo penzolava nudo con la propria cinghia dei pantaloni come cappio e il lampadario come forca.
Teneva una pagina di un vecchio libro con se, stropicciata e consunta.
< UNA CAROGNA
Ricordi tu l'oggetto, anima mia, che vedemmo quel mattino d'estate così dolce? Alla svolta d'un sentiero un'infame carogna sopra un letto di sassi,
le gambe all'aria, come una femmina impudica, bruciando e sudando i suoi veleni, spalancava, con noncuranza e cinismo, il suo ventre pieno d'esalazioni.
Il sole dardeggiava su quel marciume come volendolo cuocere interamente, rendendo centuplicato alla Natura quanto essa aveva insieme mischiato;
e il cielo contemplava la carcassa superba sbocciare come un fiore. Il puzzo era tale che tu fosti per venir meno sull'erba.
Le mosche ronzavano sul ventre putrido donde uscivano neri battaglioni di larve colanti come un liquame denso lungo gli stracci della carne.
Tutto discendeva e risaliva come un'onda, o si slanciava brulicando: si sarebbe detto che il corpo gonfio d'un vuoto soffio, vivesse moltiplicandosi.
E tutto esalava una strana musica, simile all'acqua corrente o al vento, o al grano che il vagliatore con ritmico movimento agita e volge nel vaglio.
Le forme si cancellavano riducendosi a puro sogno: schizzo, lento a compiersi, sulla tela (dimenticata) che l'artista condurrà a termine a memoria.
Dietro le rocce una cagna inquieta ci guardava con occhio offeso, spiando il momento in cui riprendere allo scheletro il brano abbandonato.
- Eppure tu sarai simile a quell'immondizia, a quell'orribile peste, stella degli occhi miei, sole della mia natura, mia passione, mio angelo!
Sì, tu, regina delle grazie, sarai tale dopo l'estremo sacramento, allora che, sotto l'erba e i fiori grassi, andrai a marcire fra le ossa.
Allora, o bella, dillo, ai vermi che ti mangeranno di baci, che io ho conservato la forma e l'essenza divina di tutti i miei decomposti amori. >
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commenti
Andrea bentornato tra
Andrea bentornato tra noi!
Davvero un bel racconto! All'inizio non riuscivo a seguirlo, poi mi è piaciuto sempre di più!
Dai che da quest'anno cerchiamo di rendere più vivo il sito, sei con noi?
un saluto!
Cominciando l'universitÃ
Cominciando l'università starò più tempo dietro il pc...informatica :P ... sarò più presente e, se l'ispirazione vorrà bussar alla mia testolina riccia, scriverò di più!
Baci e Gatti al Forno!
Alf for President.
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